L’ultimo griot urbano
Incontri – “Le mie critiche Hip Hop"
30/06/2007, Valerio Corzani



A qualcuno forse ricorderà Michael Franti per il look rasta con lunghi dreadlock sempre sciolti, per il suo modo eclettico di approcciare l’hip hop, il reggae e lo spoken word e soprattutto per la sua militante e barrichadera attività a favore delle classi e delle etnie più deboli nella catena sociale dell’Occidente. In realtà il suo vero riferimento, e non solo per questioni di prossimità, va considerato Linton Kwesi Johnson. Ma Benjamin Zephaniah in realtà, non è un personaggio che abbia bisogno di questi grimaldelli introduttivi, perché la sua sua specificità nell’ambito della scena musicale inglese, brilla di luce propria e si ritaglia uno spazio autonomo e consolidato.
Zephaniah è musicista, scrittore, giornalista e poeta. È nato nel 1958 a Birmingham, parla, canta, recita e scrive in una lingua che mescola il gergo di strada londinese con quello della Kingston da cui arrivano i suoi avi. L’establishment si è fatto una ragione di questo suo cittadino scomodo, sempre pronto a mettere i puntini sulle “i” dell’ineguaglianza e dell’ingiustizia sociale. Oggi Zephaniah è un musicista acclamato e un opinion leader che viene spesso invitato in radio e tv a dire le sua sulle vicende di attualità, oltre che a recitare i suoi versi. Scrive anche sul Guardian, occupandosi di cultura giovanile e immigrazione, pubblica libri e naturalmente gira il mondo con il suo gruppo per veicolare progetti musicali. È uno scenario molto diverso rispetto a quello che lo aveva accolto da ragazzo quando si è lasciato dietro una scia di problemi scolastici, riformatorio e prigione. Proprio dall’esperienza in carcere Zephaniah è uscito con nuove consapevolezze sulle prospettive del sul percorso professionale e umano. A ventidue anni ha così pubblicato il suo primo romanzo e a ventiquattro il suo primo lavoro Rasta. Da lì in poi non si è più fermato e ha già una decina di libri alle spalle e cinque dischi. Nel 2003 viene insignito dalla regina Elisabetta dell’Order of the British Empire, ma lui rifiuta l’onoreficenza affermando: “L’impero mi ricorda la schiavitù, centinaia di anni di brutalità, mi ricorda che i miei antenati furono razziati e brutalizzati”.
L’occasione per incontrarlo arriva con la traduzione italiana del suo romanzo Gangsta Rap che le edizioni Gorée pubblicano in questi giorni. È la storia di Ray, Prem e Tyrone, tre amici della East-London accomunati dalla passione per il rap e coinvolti in una vicenda di discriminazione, degrado, violenza e redenzione. Un inno alla pace e al dialogo che sicuramente non sarà l’ultima tappa creativa di questo artista consapevole e sincero. Per uno che, come scrive nel testo che apre il tracciato di Naked, sogna una “democrazia sexy e pazza, dove tutti possono scegliere” c’è ancora tanta strada da fare, tanti libri da scrivere, tanta musica da suonare…

Ti si è definito innanzitutto “griot”. Il griot metropolitano ha compiti diversi da quello rurale?

La missione è la stessa, noi dobbiamo raccontare delle storie, dobbiamo diffondere le notizie, dobbiamo scuotere la gente, by-passare le istituzioni e l’establishment culturale. Nel mondo di oggi possiamo pubblicare libri e fare film, ma la cosa più importante da fare è stare di fronte alla gente e esprimere le nostre idee. Il griot non è una figura remota, se il griot parla ad un’elite ha fallito, se il griot siede nei loro salotti aspettando una pubblicazione penso che abbia perso il suo spirito.
Il mondo è cambiato ma il ruolo del griot è sempre lo stesso e se in futuro vivremo nello spazio (cosa di cui dubito), il Griot si sposterà da un pianeta all’altro narrando le sue storie.

Vivi ancora a Est-London?

Non più. Ora vivo in un piccolo paese nel Lincolnshire dove mi sveglio con il canto degli uccelli e respiro aria buona. Ho sempre voluto vivere in campagna e non volevo invecchiare chiedendomi come sarebbe stato viverci, quindi sono venuto qui per questo. Il mio legame con l’Est-London è, comunque, ancora forte. Ora sto girando un film sull’educazione in questa area. Sono coinvolto nel progetto Newman Monitorino Project, il cui lavoro consiste nel sorvegliare la polizia e monitorare gli attacchi razzisti in questi quartieri, attacchi che sfortunatamente ancora oggi si verificano. L’Est-London è un posto molto speciale, è stato il primo posto del Regno Unito in cui le minoranze etniche sono diventate la maggioranza, qui si parlano 300 lingue differenti. È il posto in cui vado ogni volta che sono a Londra.

Scrivi praticamente da sempre, hai pubblicato il primo libro a ventidue anni. Ma hai anche sempre detto che ci sono strumenti di comunicazione orale e musicale che sono molto più efficaci della parola scritta e dei romanzi. Pensi che un romanzo come “Gangsta Rap” non venga letto dalle persone che descrive, da quelli che abitano l’ambiente che racconti?

Penso che ci sia ancora un gap tra chi scrive e chi ascolta poesia, penso ci sia ancora un gap tra chi legge i libri e le persone che i libri raccontano, ma questo distacco sta diminuendo. Anni fa non c’erano in Gran Bretagna scrittori come me, la gente avrebbe detto che non sarei mai stato uno scrittore, essere nero era un problema, ma il fatto che non facessi parte della “classe degli scrittori” era ancora più grave. Non c’erano molti scrittori della mia “classe sociale”, non c’erano libri che parlavano di noi, o se c’erano erano il frutto di studi fatti sulla povertà. “Gangsta Rap” ha le persone di cui racconta e il prossimo anno sarà anche un musical prodotto dal Royal Theatre di Londra.

Hai dichiarato “Io ero un lettore riluttante, scrivo di quanto avrei voluto leggere quando ero un ragazzo”. Quali sono i libri che secondo te un ragazzo dovrebbe leggere?

La teologia è il mio argomento preferito ma le persone, giovani, vecchie, bianche o nere, dovrebbero leggere ciò che vogliono, non dovrebbero essere stereotipati. È importante è che gli scrittori diano ai lettori una vasta scelta di cose da leggere, lavori originali e ambiziosi.

Le pagine di “Gangsta Rap” sono piene di musica. La cultura dei suoi personaggi ne è intrisa. Ti sembra che il consumo e la fruizione di questo linguaggio siano ancora in buona salute?

Il Rap è solo qualcosa che la gente fa, fondamentalmente è parlare velocemente su una base. Il rap può essere fatto sull’heavy metal, sulla musica classica, molto rap si fa sulla musica pop oggi. Ma l’Hip hop è diverso. L’Hip hop è una sub cultura e una delle sue forme di espressione è la musica rap. Ci sono vestiti Hip hop, macchine Hip hop, bande Hip hop, film hip hop, c’è la camminata, la parlata, l’economia e addirittura la pornografia hip hop. Molti Hip hopers per esempio non amano alcuni rapper perché li ritengono troppo commerciali.

La cadenza con cui registri album è davvero poco frenetica. Sei un po’ scoraggiato dalla discografia, hai bisogno di molto tempo per confezionare un disco che ti soddisfi pienamente o cos’altro?

Io non cerco di far carriera nel mondo della musica e questo mi ha dato la possibilità di essere libero di fare un album quando ne sento la necessità spirituale e politica e non quando la casa discografica pensa che sia un buon momento commerciale. Quando firmi un contratto con una casa discografica e il contratto dice che dovresti registrare un album all’anno per i prossimi sei anni questa è una pressione innaturale, un anno potresti non aver niente da dire. Io sono fortunato, quando non mi va di registrare scrivo un romanzo, o uno spettacolo teatrale, faccio un programma tv, o vado nella foresta a salvare animali e piante. La musica è solo una delle cose che faccio, e la faccio quando ho un bisogno reale, non quando ho bisogno di soldi.

“Naked” ha segnato il tuo ritorno a tutti gli effetti sulle scene internazionali. E tutt’ora è un disco che stai portando in giro in una lunga serie di tour. Come stanno andando i concerti?

Dopo tanto tempo sono stato in tour con una band e abbiamo avuto buoni e cattivi momenti. La band direbbe che è andato tutto bene, ma anche se adoro stare sul palco, non amo gli aeroporti e gli alberghi e gli ego. Quando sono sul palco da solo ho il pieno controllo della situazione, ma quando sono con la band è come se fossi con la mia famiglia e devo accordarmi con loro. Non c’è niente di sbagliato, è solo un modo differente di fare le cose. Naked mi ha portato un pubblico più giovane. Il mio pubblico è in grado di pensare e ballare allo stesso tempo.

Quanto è cambiato il tuo modo di comporre dai tempi di “Rasta”?

Ho sempre composto nello stesso modo. Quando ho un pezzo in testa me lo immagino già suonato dalle radio o mixato sulla pista da ballo. Alcuni ascoltano la melodia, altri le linee ritmiche, io ascolto la canzone finita. Una volta che ce l’ho in testa trovo i musicisti che hanno la mia stessa visione. Ultimamente ho collaborato con Swayak, Sinead O’Connor e Kinobe. I collaboratori portano la musica e io ci lavoro sopra. Mi piace molto fare questo, è un cambiamento nel lavoro che faccio di solito e mi fa pensare al di fuori del mio mondo Reggae. Naked è stato fatto in questo modo. Con il produttore, Trevor Morais, abbiamo lavorato sulle musiche e poi io ho pensato alle parole.

Che rapporti hai con Linton Kwesi Johnson. Solo stima reciproca, o anche scambio collaborativo? Vi siete mai trovati in disaccordo?

Linton e io siamo come fratelli. Non ci vediamo molto ultimamente, perché siamo tutti e due impegnati, ma ci sentiamo sempre al telefono. Lui mi tiene aggiornato su quello che succede in Jamaica e quando possiamo facciamo dei reading insieme. C’è molto feeling tra di noi, lui si preoccupa della gente, prende seriamente la politica, ma è anche un ragazzo divertente con un intelligente senso dell’umorismo. Abbiamo mai litigato? Beh penso che se avessimo vissuto per un paio di anni insieme magari avremmo avuto qualche discussione, ma fino ad ora non è mai successo. Non possiamo litigare solo per compiacere la stampa. Abbiamo pensato di fare una collaborazione per mostrare che siamo uniti, ma non si possono forzare queste cose. A dispetto delle comunità musicali, nelle comunità di poeti non c’è competizione, ci aiutiamo sempre l’uno con l’altro e condividiamo le nostre idee.

Sei stato in Giamaica di recente? Come trovi la scena musicale odierna nell’isola caraibica?

Vado in Jamaica almeno una volta all’anno, è sempre un posto speciale per me, lì c’è quasi tutta la mia famiglia. La scena musicale jamaicana è vibrante e c’è ancora una vera passione per la musica anche se non sono molto addentro ai loro suoni computerizzati. Non mi piacciono i brani omofonici e sessisti, anche se testi del genere vengono usati sempre di meno. C’era un tempo in cui i musicisti jamaicani vedevano l’Europa e la Gran Bretagna come un posto dove diffondere il loro messaggio. Ora il posto ideale è l’America e questo significa che alcuni musicisti fanno musica con quel “mercato” in testa. Alcuni iniziano anche a “suonare” come nord americani. La jamaica è piena di gente creativa che ha un’influenza enorme nel mondo della musica.

L’Inghilterra sta provando a tuo parere a cambiare il suo atteggiamento nei confronti delle culture e degli stati che erano sue colonie?

Ci sta provando con molta fatica, ma i risultati non sono buoni. Gli artisti e le istituzioni culturali stanno facendo un buon lavoro per abbattere le barriere ma penso che il governo abbia ancora un complesso di superiorità. I politici, per definizione, sono dei bulli e hanno la tendenza di guardare al popolo come a degli esseri inferiori rispetto a loro.

Pensi che il sistema anglosassone stia facendo la stessa cosa con le comunità che vivono in Inghilterra e che rappresentano il retaggio etnico, culturale, economico delle ex-colonie?

La risposta che ho dato prima è rilevante anche in questa. Noi inglesi stiamo cercando di convivere nel multiculturalismo mentre il governo sta discutendo sui meriti di una società multiculturale e se questa possa funzionare. I potenti stanno tentando di fare qualcosa, ma i risultati non sono buoni. Gli artisti e le associazioni culturali, invece, stanno lavorando bene perché noi parliamo con gli altri da pari, rispettiamo le loro tradizioni

30/06/2007 - Fonte: Alias – Il manifesto / http://www.ilmanifesto.it

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